Vocabolario

Nell’ambito della teoria umorale ippocratica la salute si definisce come equilibrio dinamico di quattro umori corporei (sangue, flegma, bile gialla e bile nera), caratterizzati dalle qualità del caldo, del freddo, del secco e dell’umido. Questo equilibrio cambia in rapporto al sesso e all’età dell’individuo. Anche il corpo del bambino si definisce in rapporto alle qualità primarie degli elementi naturali, nello specifico nel senso del calore e dell’umidità. Nel percorso di crescita, in effetti, vale il principio di prossimità alla condizione prenatale in cui il nutrimento è riconducibile all’eccesso costitutivo di umidità nel corpo femminile (normalmente equilibrato dal flusso mestruale, che si interrompe durante la gravidanza perché il sangue sia dirottato verso l’embrione) e lo sviluppo del calore innato che permette la cozione, vale a dire l’addensamento della γονή. Il discrimine è determinato dall’entità della spermatogenesi e dal flusso mestruale che contribuiscono all’equilibrio di umori e temperatura nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza (e quindi l’allontanamento rispetto agli attori del concepimento). Tanto in Ippocrate quanto in Galeno, dunque, l’eziopatogenesi pediatrica sembrerebbe segnata dal comune denominatore dello sviluppo incompleto: esso determina una discrasia che accomuna bambini, donne e vecchi in una condizione di fragilità e di maggiore esposizione alle malattie, una costante dei quadri patocenotici di molte epoche.

L’insieme dei testi scritti in dialetto ionico che la medicina alessandrina ha attribuito al padre fondatore della medicina razionale, Ippocrate di Cos. Si tratta di circa sessanta scritti, alcuni composti a partire dal V secolo a.C. in ambiti che possono essere ricondotti alla vita storica di Ippocrate, altri ad autori a lui vicini per stile e per concezioni mediche. Alcuni dei testi sono invece decisamente più tardi e, in qualche caso, riconducono ad ambiti di sapere più marcatamente filosofici. I testi sono stati riconosciuti come un corpus unitario in quanto, pur attestando posizioni e teorie diverse, condividono l’idea che la malattia sia un fenomeno naturale, non ascrivibile alla volontà degli dei di punire l’uomo per comportamenti scorretti o colpe. Il medico agisce, dunque, osservando segni del corpo che possono segnalare un suo malfunzionamento, sempre e solo riconducibile agli ambiti della physis.

Per saperne di più:

Un link rapido:
https://www.filosofico.net/ippocrate.htm

Un testo di approfondimento:
J. Jouanna, Hippocrate. Paris, Les Belles Lettres, 2017 (trad. italiana, Ippocrate. SEI, 1994)

Qualsiasi restrizione o mancanza (derivante da una menomazione) della capacità di svolgere un’attività nel modo o nell’intervallo considerato normale per un essere umano.

Medico greco, nato a Pergamo ma operante per la maggior parte della sua vita a Roma, al servizio dell’Imperatore Marco Aurelio e di suo figlio Commodo. Formatosi ad Alessandria d’Egitto, acquisisce consapevolezza dell’utilità del metodo anatomico, che teorizza come parte fondante della medicina. Le restrizioni all’uso dei cadaveri per pratiche dissettorie, comune a molti contesti culturali del mondo antico, lo spingono a proporre un’anatomia “proiettiva”, in cui la dissezione di animali diventa lo strumento attraverso cui immaginare l’anatomia dell’uomo. A lui si deve una complicata teoria di azione delle sostanze farmacologiche e la più sistematica opera di commento agli scritti del CH del mondo antico.

Per saperne di più:

Un link rapido:
https://www.treccani.it/enciclopedia/galeno/

Un testo di approfondimento:
•V. Nutton, Galen: a thinking Doctor in Imperial Rome. Routledge, 2020.
•Boudon Millot, Galeno: un medico greco a Roma. Roma, Carocci, 2020

Uno svantaggio per un determinato individuo che limita o impedisce l’adempimento di un ruolo normale. Come tradizionalmente usato, l’impairment si riferisce a un problema con una struttura o un organo del corpo; la disabilità è una limitazione funzionale in relazione a una particolare attività; l’handicap si riferisce a uno svantaggio nel ricoprire un ruolo nella vita rispetto a un gruppo di pari.

Qualsiasi perdita o anomalia della struttura o della funzione psicologica, fisiologica o anatomica. (World Health Organization, The international classification of impairments, disabilities, and handicaps, 1980).

“[…] l’inclusione non assume la dicotomia norma/deficit, nè i conseguenti  principi di compensazione/adattamento/normalizzazione finalizzati all’integrazione in contesti definiti. Essa supera la relazione norma-deficit-bisogno per assumere le «differenze», non come prodotto di condizioni interne alla persona, ma come insieme di percorsi, modi e stili che ognuno mette in atto per orientarsi e agire nei processi sociali, relazionali e di apprendimento. Nella prospettiva inclusiva il problema non è nella della persona ma nel possibile ruolo «disabilitante» dei contesti e delle relazioni che in essi si attivano: da qui l’attenzione particolare che l’osservazione inclusiva dedica alla presenza o meno di barriere per la partecipazione e l’apprendimento”.

L’individuazione dell’età che in latino si definisce con il sostantivo infantia (composta dal prefisso negativizzante in e dalla radice del vb. for, faris, fatus sum, fari, cioè parlare) e che trova in greco un corrispettivo nell’aggettivo νήπιος, è piuttosto difficile. Un punto di partenza è rappresentato dall’articolazione delle età per hebdomades (di sette in sette), che non ha una connotazione semplicemente magico-simbolica, o per lo meno non solo. La teoria encefalo-mielogenetica del seme (secondo cui il seme avrebbe origine dal cervello), che le fonti attribuiscono al medico crotoniate Alcmeone (VI sec. a. C.), associa di fatto la maturazione cognitiva a quella sessuale e fissa su base biologica la scansione delle età secondo uno schema ebdomadico. Il criterio del sette trova una fattiva applicazione anche in ambito giuridico. Il diritto romano tende a distinguere le fasi della fanciullezza in modo piuttosto rigido, pur senza formalizzare la distinzione in norma: l’attitudine alla parola è associata sì alla maturazione cognitiva, ma nella misura in cui essa consente all’individuo un atto deliberativo consapevolmente conseguente all’esercizio della voluntas. È addirittura possibile inferire dalle fonti un’ulteriore distinzione, per l’arco temporale compreso tra 0 e 14 anni, tra quelli che non possono parlare (qui fari non possunt), quelli che possono parlare senza capire (qui fari possunt sine intelligere) e quelli che possono parlare (qui fari possunt) con una comprensione adeguata al coinvolgimento in un atto negoziale, affiancati ma non sostituiti da un tutore almeno fino all’ingresso nella pubertà (14 anni per gli individui di sesso maschile, 12 per gli individui di sesso femminile): di nuovo maturazione sessuale e maturazione cognitiva si sovrappongono. Ne consegue che la cosiddetta infantia maior coinciderebbe con la pueritia, definita, per ragioni meramente pratiche e formali, a partire dal compimento del settimo anno di età.

Secondo il Liber Pontificalis della chiesa di Roma, il papa Leone IV (847-855) fondò la città di Leopoli per dare ospitalità e sicurezza agli abitanti di Centumcellae, colpita  dalle incursioni dei Saraceni. La città, che sorge su un’altura, testimonia una vita attiva e protratta fino alla fine del Medioevo, caratterizzata da un’intesa attività di produzione artigianale (lavorazione del ferro e della ceramica), oltre che ovviamente dal lavoro agrario dei suoi abitanti. Danneggiata dal terremoto del 1349, parzialmente ricostruita, rimase abitata seppure parzialmente fino agli inizi del XV secolo e poi definitivamente abbandonata. Il sito archeologico è oggetto di campagne di scavo ad opera della cattedra di Archeologia Medievale di Sapienza Università di Roma sin dal 1994.

Per saperne di più:

Un link rapido:
https://www.antichita.uniroma1.it/leopoli-cencelle-una-citt%C3%A0-di-formazione-altomedievale

Un testo di approfondimento:
L. Ermini Pani, M.C. Somma, F. R. Stasolla, Forme e vita di una città medievale. Leopoli-Cencelle. Spoleto, 2014

Sito archeologico in provincia di Terni, sulla collina di Poggio Gramignano,  che conserva i resti di una imponente villa romana  datata al I secolo a.C. Dopo la rovina della villa, nel V secolo d.C. parte delle sue strutture furono riutilizzate come sede di 47 sepolture infantili. Le ricerche paleopatologiche hanno dimostrato che i bambini sono morti a seguito di una crisi malarica imponente.

Per saperne di più:

Un link rapido:
https://www.retesole.it/2019/06/08/lugnano-in-teverina-tr-necropoli-di-poggio-gramignano-epidemia-di-malaria-nel-v-sec-d-c/

Un testo di approfondimento:

• Sallares, Malaria and Rome. A history of Malaria in Ancient Italy. Oxford, 2002
• Corbellini, Storia della malaria in Italia. Roma, Carocci, 2022

La mola gravidica è l’effetto di una gravidanza che gonfia il ventre di un corpo senza movimento e che, nella simulazione del parto, condanna la donna a un’emorragia mortale. Il CH (Corpus Hippocraticum) riconduce l’origine della massa di carne inerte e dura come la pietra a un eccesso di flusso mestruale che incontra un seme maschile scarso e debole. Se tuttavia nell’embriogenesi ippocratica la mostruosità del concepimento è ancora inquadrata in una logica di interazione tra i due sessi, Aristotele sembra individuare nella donna il fattore di devianza che genera la mola in quanto la causa materiale prevale sul principio di movimento e di calore rappresentato dal seme maschile. Pertanto, l’insufficienza della causa formale relega la partenogenesi a un rango dell’esistenza più basso, nel mondo animale in genere, teratologico nel caso dell’uomo. Se è vero infatti che nel mondo animale come nel mito la partenogenesi implica l’assenza della componente maschile, nella donna il concepimento di una mola avviene in regime di congressio con il maschile, ma l’insufficienza di calore impedisce alla ὕλη (materia) di completare il processo evolutivo dell’embrione che invecchia con la donna all’interno dell’utero.

L’insieme delle malattie prevalenti in una data situazione geografica e in un certo arco di tempo. Il termine, coniato dallo storico della medicina Mirko D. Grmek sul calco della parola biocenosi, indica una dinamica globale delle malattie, di cui è possibile stabilire qualitativamente e quantitativamente parametri nosologici in un dato luogo e in un certo tempo e in cui le malattie interagiscono tra di loro in modo dinamico, in modo che la frequenza e la distribuzione di ciascuna è influenzata anche dalla frequenza e distribuzione di tutte le altre.

Per saperne di più:

Links:
https://www.treccani.it/enciclopedia/dalle-patocenosi-preistoriche-alle-patocenosi-antiche_%28Storia-della-civilt%C3%A0-europea-a-cura-di-Umberto-Eco%29/
https://www.scienzainrete.it/articolo/patocenosi-di-covid-19-tributo-mirko-grmek/gilberto-corbellini/2020-05-09

Testi di approfondimento:
• M. D. Grmek, Le malattie all’alba della civiltà occidentale. Bologna, Il Mulino, 2020 (ried)
• Coste, B. Fantini et L. L. Lambrichs (eds), Le concept de pathocénose de M. D. Grmek. Une conceptualisation de l’histoire des maladies. Génève, Droz, 2016

Medico greco operante a Roma nel II secolo d.C. Esponente della scuola metodica, è autore di un trattato Gynaekia, Sulle malattie delle donne, che è anche un trattato di ostetricia e di cura del neonato. Il testo presenta caratteri di grande innovazione nel tratteggiare la figura di un’ostetrica letterata, competente ed eticamente formata e nel promuovere una relazione con le pazienti permeata di attenzione e disponibilità all’ascolto, non frequenti nel panorama della medicina antica.

Per saperne di più

Un link rapido:
http://www.summagallicana.it/lessico/s/Sorano%20di%20Efeso.htm

Un testo di approfondimento:
Soranos d’Éphèse. Maladies des Femmes, Livres I e II, a cura di P. Burguière, D. Gourevitch e Y. Malinas, Parigi 1988 e 1990

Nel trattato ippocratico Sulla natura dell’uomo, l’autore, Polibo “sostiene che il corpo umano sia il contenitore di quattro elementi liquidi, gli umori (il sangue, il flegma, la bile gialla e la bile nera), la cui corretta mescolanza genera salute e il cui disordine è causa di malattia. Il rapporto degli umori e delle qualità che ad essi corrispondono (caldo, freddo, secco e umido) non è stabilito in modo fisso, ma varia in relazione alle quattro stagioni, alle età, alle abitudini di vita e al genere. Il mondo esterno, che condivide con il corpo dell’uomo la costituzione qualitativa, è in grado di interagire con esso generando la malattia; l’aria, se miasmatica, immessa nel corpo con la respirazione e con la dieta, è fattore patogenetico; il regime, cioè l’insieme delle abitudini di vita, comprese alimentazione e bevande, può contribuire a generare lo stato di disequilibrio degli umori. L’intervento del medico consiste essenzialmente in una serie di indicazioni atte a evitare l’insorgere di questa condizione, dissonante per eccesso o per difetto, che porta alla malattia”.

Nella medicina antica, i costituenti liquidi del corpo, sangue, flegma, bile gialla e bile nera, associati alle quattro qualità fondamentali naturali, caldo, freddo, secco ed umido. Nella fisiologia ippocratica, l’equilibrio dei quattro umori determina la condizione di salute; la sovrabbondanza o il difetto di uno o più di uno, la malattia. Gli umori rompono la loro condizione di isonomia (equilibrio), a causa di una errata interazione con il mondo esterno: il corpo umano è infatti concepito come un sistema aperto, che ingloba attraverso respirazione e alimentazione le qualità che connotano il mondo. Ci si ammala, insomma, per esposizione a elementi naturali portatori di qualità nocive o eccessive per il corpo. La terapia consiste nel riportare il corpo in condizione di equilibrio o per somministrazione del principio contrario a quello che ha determinato la malattia o per evacuazione del corpo (salasso, clistere, coppettazione, farmaci vomitici o emmenagoghi)

Per saperne di più:

Un link rapido: https://www.treccani.it/enciclopedia/ippocrate/#:~:text=Praticante%20e%20maestro%20di%20medicina,della%20medicina%20scientifica%20in%20Grecia.

Un testo di approfondimento:
V. Gazzaniga, La medicina antica. Roma, Carocci, 2014.

L’utero, già nei papiri medici egizi, è indicato come parte anatomicamente non stabile […]; si può muovere verso altri distretti del corpo e spingersi verso il fegato, il diaframma, gli ipocondri, talvolta persino la testa; a volte l’organo tenta, attraverso il prolasso, di “evadere” dal corpo, in una dimensione esterna in cui è ipotizzabile l’incontro con il maschile […]. Il linguaggio ippocratico è animato: l’utero, come un vivente, si “volge”, si “slancia o “cade”. Le pazienti accusano pesantezza di testa, dolori al naso, sonnolenze improvvise, respirazione affannosa e senso di oppressione al petto, eccesso di salivazione, difficoltà di movimento, impossibilità di parola, crisi di follia.

Fonti

Ippocrate, Natura del bambino 16

Ora tornerò al punto del mio ragionamento per cui ho spiegato queste cose. Dico infatti che tutto ciò che cresce nella terra vive dell’umidità che da quella terra proviene, e quale che sia l’umidità che la terra contiene, così l’avrà ciò che cresce. Allo stesso modo il feto vive di sua madre nell’utero, e quale che sia la salute di cui la madre gode, l’avrà anche il feto. Se qualcuno volesse riflettere su quanto detto a questo proposito dall’inizio alla fine, scoprirà che la nascita delle cose dalla terra e dall’essere umano sono esattamente sovrapponibili. Questo è quanto ho detto sulla questione.

CH Nat. puer. 16

Ἀναβήσομαι δ᾽αὖτις ὀπίσω οὗ εἵνεκά μοι λόγου τάδε άμφὶ τῶνδε εἴρηται. Φημὶ γὰρ τὰ ἐν τῇ γῇ φυόμενα πάντα ζῆν ἀπὸ τῆς γῆς τῆς ἰκμάδος, καὶ ὅκως ἃν ἡ γῆ ἔχῃ ἰκμάδος ἐν ἑωυτῇ, οὕτω καὶ τὰ φυόμενα ἔχειν· οὕτω καὶ τὸ παιδίον ζῇ ἀπὸ τῆς μητρὸς ἐν τῇσι μήτρῃσι, καὶ ὅκως ἂν ἡ μήτηρ ὑγιείης ἔχῃ, οὕτω καὶ τὸ παιδίον ἔχει.Ἢν δε τις βουληται ἐννοεῖν τὰ ῥηθέντα ἀμφὶ τούτων, ἐξ ἀρχῆς ἐς τέλος, εὑρήσει τὴν φύσιν πᾶσαν παραπλησίην ἐοῦσαν τῶν τε ἐκ τῆς γῆς φυομένων καὶ τὴν ἀνθρωπίνην. Καὶ ταῦτά μοι ἐς τοῦτο εἴρηται.


Galeno, Commento a Epidemie VI di Ippocrate I 5, 21

[…] Ippocrate li chiama infanti fino alla pubertà, e questi risplendono una volta raggiunta l’adolescenza, potendo usufruire di una transizione veramente significativa. E infatti a questa età mettono su più carne, diventano più floridi, più gradevoli di colorito e d’aspetto, più acuti d’ingegno.

Gal. In Hipp. Epid. VI I 5, 21 (= XVIIa 826 K.)

[…] Νήπια λέγει ὁ Ἱπποκράτης τὰ μέχρι ἥβης, ταῦτα δὲ κατὰ τὸν τοῦ ἡβάσκειν χρόνον ἐκλάμπει, ἐμφατικῶς ἄγαν τῇ μεταφορᾷ χρησάμενος. Καὶ γὰρ σαρκοῦται τὰ τηνικαῦτα μᾶλλον καὶ εὐερνέστερα γίνεται καὶ τῷ χρώματι καὶ τῷ εἴδει χαριέστερα καὶ λογισμῷ βελτίονα.


Platone, Alcibiade I 121 e 4-6

[…] il fanciullo che ha compiuto quattordici anni (due volte sette) è affidato ai precettori di corte, come li chiamano lì (presso i Persiani) […].

Pl. Alcib. prior. 121 e 4-6

[…] δὶς ἑπτὰ δὲ γενόμενον ἐτῶν τὸν παῖδα παραλαμβάνουσιν οὓς ἐκεῖνοι βασιλείους παιδαγωγοὺς ὀνομάζουσιν· […].


Digesto 46.6.6 (Gai. 27 ad ed. prov.)

È necessario che a stipulare sia uno schiavo del fanciullo, nel caso in cui il fanciullo sia assente o non ancora in grado di parlare, anche se sarà di un’età tale da non comprendere che cosa stia facendo, tuttavia, per ragioni di utilità, sia ammesso che sia lui a stipulare secondo la legge.

D. 46.6.6 (Gai. 27 ad ed. prov.)

Servum pupilli stipulari ita necesse est, si pupillus abest aut fari non potest: nam si praesens sit et fari potest, etiamsi eius aetatis erit, ut non intellegat quid agat, tamen propter utilitatem receptum est recte eum stipulari


Varrone, La lingua latina VI 7, 52

Parla l’uomo che emetta per la prima volta con la bocca una parola di senso compiuto. Di qui, prima che lo facciano, i fanciulli sono detti in-fanti. Quando lo fanno, di fatto parlano.

Varr. De l. L. VI 7, 52

Fatur is qui primum homo significabilem ore mittit vocem. Ab eo, antequam ita faciant, pueri dicuntur infantes; cum id faciunt, iam fari.


Quintiliano, La formazione dell’oratore I 1, 18

Cosa faranno di meglio, peraltro, i fanciulli dal momento in cui sono in grado di parlare (è necessario, infatti, che qualcosa facciano)? Perché dovremmo disprezzare il guadagno che si può fare fino a sette anni per quanto piccolo esso sia? Infatti, per quanto sia poco quanto la prima età abbia appreso, il fanciullo imparerà tuttavia cose più importanti proprio negli anni in  cui avrebbe appreso attività di poco conto.

Quint. Inst. I 1, 18

Quid melius alioqui facient, ex quo loqui poterunt (faciant enim aliquid necesse est)? Aut cur hoc quantulumcumque est usque ad septem annos lucrum fastidiamus? Nam certe, quamlibet parvum sit quod contulerit aetas prior, maiora tamen aliqua discet puer ipso illo anno quo minora didicisset.


Esiodo, Teogonia 591-593

Difatti da questa (Pandora) vengono la stirpe funesta e le schiere delle donne, disgrazia grande, che vivono con gli uomini mortali, non compagne della rovinosa povertà ma della sazietà.

(traduz. di C. Cassanmagnago)

Hes. Th. 591-593

τῆς γὰρ ὀλώιόν ἐστι γένος καὶ φῦλα γυναικῶν πῆμα μέγ᾽αἰ θνητοῖσι μέτ᾽ἀνδράσι ναιετάουσιν, οὐλομένης πενίης οὐ σύμφοροι, ἀλλὰ κόροιο.


Ippocrate, Regime I 34

I maschi di tutte le specie sono più caldi e secchi, e le femmine più umide e fredde, per i seguenti motivi: originariamente ogni sesso è nato in tali elementi e cresce grazie a loro; dopo la nascita i maschi ricorrono a un regime più rigoroso, in modo che siano ben riscaldati e asciugati, ma le femmine usano un regime più umido e semplice, oltre a eliminare il calore dai loro corpi ogni mese.

CH Vict. I 34

Τῶν δὲ πάντων τὰ μὲν ἄρσενα θερμότερα καὶ ξηρότερα, τὰ δὲ θήλεα ὑγρότερα καὶ ψυχρότερα διὰ τάδε, ὅτι τε ἀπ᾽ἀρχῆς ἐν τοιούτοισιν ἑκάτερα ἐγένετο καὶ ὑπὸ τοιούτων αὔξεται, γενόμενά τε τὰ μὲν ἄρσενα τῇσι διαίτῃσιν ἐπιπονωτέρῃσι χρῆται, ὥστε ἐκθερμαίνεσθαι καὶ ἀποξηραίνεσθαι, τὰ δὲ θήλεα ὑγροτέρῃσι καὶ ῥᾳθυμοτέρῃσι τῇσι διαίτῃσι χρέωνται, καὶ κάθαρσιν τοῦ θερμοῦ ἐκ τοῦ σώματος ἑκάστου μηνὸς ποιέονται.


Eschilo, Eumenidi 658-661

La cosiddetta madre non è la genitrice del feto, ma solo la nutrice dell’embrione appena concepito; genitore è il maschio che produce il seme, la femmina ne conserva il germoglio, come l’ospite nell’interesse dell’ospite, per quelli per i quali il dio non preveda la distruzione.

Aesch. Eum. 658-661

οὐκ ἔστι μήτηρ ἡ κεκλημένη τέκνου
τοκεύς, τροφός δὲ κύματος νεοσπόρουˑ
τίκτει δ᾿ὁ θρῴσκων, ἡ δ᾿ἅπερ ξένῳ ξένη
ἔσωσεν ἔρνος, οἷσι μὴ βλάψῃ θεός.


Aristotele, Generazione degli animali IV 1, 763 b 30 (= 59 A 107 D-K)

Dicono alcuni che questa opposizione si trova già nei semi, ad esempio Anassagora e altri dei fisiologi: e infatti il seme è prodotto dal maschio mentre la femmina offre solo il luogo, e il maschio viene da destra dell’utero, la femmina da sinistra.

(traduz. di R. Laurenti)

Arist. GA IV 1, 763 b 30 (= 59 A 107 D-K)

φασὶ γάρ οἱ μὲν ἐν τοῖς σπέρμασιν εἶναι ταύτην τὴν ἐναντίωσιν εὐθύς, οἷον ᾿Α. καὶ ἕτεροι τῶν φυσιολόγωνˑ γίγνεσθαί τε γὰρ ἐκ τοῦ ἄρρενος τὸ σπέρμα, τὸ δὲ θῆλυ παρέχειν τὸν τόπον, καὶ εἶναι τὸ μὲν ἄρρεν ἐκ τῶν δεξιῶν, τὸ δὲ θῆλυ ἐκ τῶν ἀριστερῶν, καὶ τῆς ὐστέρας τὰ μὲν ἄρρενα ἐν τοῖς δεξοῖς εἶναι, τὰ δὲ θήλεα ἐν τοῖς ἀριστεροῖς.


Galeno, L’uso delle parti XIV 6-7

Tutte le parti che gli uomini hanno le hanno anche donne, la differenza tra loro è in una sola cosa, che deve essere ben tenuta presente durante la discussione, cioè che le parti delle donne sono all’interno del corpo, mentre nell’uomo sono esterne, nella regione chiamata perineo […]. Ma se ciò accadesse, lo scroto prenderebbe necessariamente il posto dell’utero, con i testicoli che giacciono all’esterno, accanto ad esso su ciascun lato; il pene del maschio diventerebbe il collo della cavità che si è formata; la pelle alla fine del pene, ora chiamata prepuzio, diventerebbe la vagina stessa. […] Puoi vedere qualcosa di simile negli occhi della talpa, che hanno un umore vitreo e cristallino e la tunica che li circonda e che cresce dalle meningi, e hanno questo come molti animali che sono in grado di usare i propri occhi. Gli occhi della talpa, tuttavia, non si aprono. Ma lì rimangono imperfetti e come gli occhi degli altri animali quando sono ancora nel grembo materno […] così anche la donna è meno perfetta dell’uomo per quanto riguarda le parti destinate alla generazione […].

Gal. UP XIV 6-7

πάντ’ οὖν, ὅσα τοῖς ἀνδράσιν ὑπάρχει μόρια, ταῦτα καὶ ταῖς γυναιξὶν [ἰδεῖν ἔστιν] ἐν ἑνὶ μόνῳ τῆς διαφορᾶς οὔσης αὐτοῖς, οὗ παρὰ πάντα χρὴ μεμνῆσθαι τὸν λόγον, ὡς ἔνδον μὲν τὰ τῶν γυναικῶν ἐστι μόρια, τὰ δὲ τῶν ἀνδρῶν ἔξω ἀπὸ τοῦ κατὰ τὸν περίνεον ὀνομαζόμενον χωρίου. […]. ἀλλ’ εἰ τοῦτο γίγνοιτο, τὴν μὲν τῶν μητρῶν χώραν ἀνάγκη καταλαβεῖν τὸν ὄσχεον, ἔξωθεν δ’ ἑκατέρωθεν αὐτῷ παρακεῖσθαι τοὺς ὄρχεις αὐχένα τε τοῦ γενομένου κόλπου τὸν καυλὸν τοῦ ἄρρενος ἀπεργασθῆναι, τὸ δ’ ἐπὶ πέρατι τοῦ καυλοῦ δέρμα τὴν νῦν πόσθην ὀνομαζομένην αὐτὸ τὸ γυναικεῖον αἰδοῖον γενέσθαι. […] οἷόν τι καὶ κατὰ τοὺς τῶν ἀσπαλάκων ὀφθαλμοὺς ἰδεῖν ἔστι. καὶ γὰρ ὑαλοειδὲς ὑγρὸν οὗτοί γε καὶ κρυσταλλοειδὲς ἔχουσι καὶ τοὺς ἀμφὶ τούτοις χιτῶνας, οὓς ἀπὸ τῶν μηνίγγων ἐλέγομεν πεφυκέναι καὶ τούτους οὐδὲν ἧττον ἔχουσι τῶν χρωμένων ὀφθαλμοῖς ζῴων. ἀλλ’ οὐκ ἠνεῴχθησαν αὐτοῖς οὐδὲ προὔβησαν ἐκτός, ἀλλ’ ἀτελεῖς ταύτῃ κατελείφθησαν ὅμοιοι φυλαχθέντες τοῖς τῶν ἄλλων ἔτι κυουμένων. […] καθ’ ἣν ἀτελέστερον ἐγένετο τοῦ ἄρρενος τὸ θῆλυ, πάντ’ ἐξέβλαστε τὰ πρὸς τὴν τοῦ ζῴου γένεσιν χρηστά […].


Omero, Iliade II 216-219

[…] Era l’uomo più brutto che venne sotto Ilio.
Era camuso e zoppo d’un piede, le spalle.
Eran torte, curve e rientranti sul petto; il cranio
aguzzo in cima, e rado il pelo fioriva.

(traduz. di R. Calzecchi Onesti)

Hom. Il. II 216-219

[…] αἴσχιστος δὲ ἀνὴρ ὑπὸ Ἴλιον ἦλθε·
φολκὸς ἤεν, χωλὸς δ᾽ἕτερον πόδα· τὼ δε οἱ ὤμω
κυρτώ, ἐπὶ στῆθος συνοχωκότε· αὐτὰρ ὕπερθε
φοξὸς ἤεν κεφαλήν, ψεδνὴ δ᾽ἐπενηνοθε λάχνη.


Plutarco, Vita di Agesilao II 6

Come racconta Teofrasto, gli efori multarono Archidamo che aveva sposato una donna di statura bassa: “Non genererà re -dissero-, ma reucci”.

Cornelio Nepote, Vita di Agesilao VIII 1

E quest’uomo tanto grande, come aveva avuto generosa la natura nell’elargizione delle virtù morali, così la sperimentò maligna nella complessione del corpo: fu di bassa statura ed esile di corpo e zoppo. Questo difetto gli dava anche una certa deformità e quelli che non lo conoscevano, quando guardavano le sue fattezze, lo disprezzavano; ma quelli che conoscevano le sue virtù, non sapevano ammirarlo abbastanza.

(traduz. di A. Torricelli)

Plu. Ages. II 6

῾Ως δὲ Θεόφραστος ἱστορεῖ, τὸν Ἀρχίδαμον ἐζημίωσαν οἱ ἔφοροι γήμαντα γυναῖκα μικράν· “Οὐ γὰρ βασιλεῖς” ἔφασαν “ἁμῖν, ἀλλὰ βασιλείδια γεννασεῖ”.

Nep. Ages. VIII 1

Atque hic tantus vir ut naturam fautricem habuerat in tribuendis animi virtutibus, sic maleficam nactus est in corpore fingendo. Nam et statura fuit humili et corpore exiguo et claudus altero pede. Quae res etiam nonnullam afferebat deformitatem, atque ignoti, faciem eins cum intuerentur, contemnebant; qui autem virtutes noverant, non poterant admirari satis.


Lisia, Per l’invalido 4-5

L’accusatore sostiene che ricevo il sussidio dallo Stato senza averne diritto: secondo lui infatti sarei abile fisicamente e non rientrerei nella categoria degli invalidi; per di più, eserciterei un mestiere tale da poter vivere senza il sussidio che mi si concede. Come prova della mia sana costituzione fisica adduce il fatto che sono in grado di cavalcare, e come prova del benessere che deriverebbe dal mio lavoro il fatto che posso permettermi di frequentare uomini facoltosi.

(traduz. di E. Medda)

Lys. XXIV 4-5

Φησὶ γὰρ ὁ κατήγορος οὐ δικαίως με λαμβάνειν τὸ παρὰ τῆς πόλεως ἀργύριον· καὶ γὰρ τῷ σώματι δύνασθαι καὶ οὐκ εἶναι τῶν ἀδυνάτων, καὶ τέχνην ἐπίστασθαι τοιαύτην ὥστε καὶ ἄνευ τοῦ διδομένου τούτου ζῆν. καὶ τεκμηρίοις χρῆται τῆς μὲν τοῦ σώματος ῥώμης, ὅτι ἐπὶ τοὺς ἵππους ἀναβαίνω, τῆς δ’ ἐν τῇ τέχνῃ εὐπορίας, ὅτι δύναμαι συνεῖναι δυναμένοις ἀνθρώποις ἀναλίσκειν.


Tito Livio, Storie VII 4

Tra le altre imputazioni il tribuno lo accusava del comportamento tenuto nei confronti del figlio, giovane che, pur non riconosciuto colpevole di alcun reato, era stato bandito da Roma, dalla casa paterna e dai penati, allontanato dal foro, privato della luce del giorno e della compagnia dei coetanei, costretto a un lavoro da schiavo, come in un carcere, in un ergastolo, dove un giovane di rango e figlio di un dittatore potesse apprendere dalla quotidiana sofferenza quanto fosse veramente dispotico il padre che l’aveva generato. E per quale colpa? Poiché aveva una certa difficoltà a parlare e scarsa prontezza di lingua. Ma non sarebbe stato dovere del padre, se in lui ci fosse stato un briciolo di umanità, compensare questo difetto di natura invece di peggiorarlo con castighi e vessazioni? Perfino gli animali allo stato brado, se uno dei loro piccoli è meno fortunato, non di meno continuano a nutrirlo e a curarsi di lui. Ma, per Ercole, Lucio Manlio aumentava la menomazione che affliggeva il figlio facendogli del male, e in più soffocandone lo sviluppo dell’indole di per sé già esiguo. E se poi in lui restava un po’ di naturale vitalità, (Manlio) lo spegneva attraverso l’imposizione di una vita selvatica e tra le bestie.

Liv. VII 4

Criminique ei tribunus inter cetera dabat quod filium iuuenem nullius probri compertum, extorrem urbe, domo, penatibus, foro, luce, congressu aequalium prohibitum, in opus seruile, prope in carcerem atque in ergastulum dederit, ubi summo loco natus dictatorius iuuenis cotidiana miseria disceret uere imperioso patre se natum esse. At quam ob noxam? Quia infacundior sit et lingua impromptus; quod naturae damnum utrum nutriendum patri, si quicquam in eo humani esset, an castigandum ac uexatione insigne faciendum fuisse? Ne mutas quidem bestias minus alere ac fouere si quid ex progenie sua parum prosperum sit; at hercule insuper premere et, si quid in eo exiguum naturalis uigoris sit, id exstinguere uita agresti et rustico cultu inter pecudes habendo.


Plinio il Vecchio, Storia naturale VII 28, 104-106

Tuttavia in questi esempi, se grande è la parte che ha il valore, è più grande quella della fortuna. Marco Sergio, invece, a mio parere, non fu inferiore a nessuno tra gli uomini, se si vuol giudicare rettamente; e questo, sebbene l’aver avuto come discendente Catilina offuschi il prestigio del suo nome. Durante la sua seconda campagna di guerra perse la mano destra; in due campagne ricevette ventitré ferite e perciò, non potendo più servirsi utilmente di ciascuna mano e nessun piede – solo l’animo era integro, in lui -, pur essendo inabile a combattere, partecipò a molte campagne successive. Preso prigioniero per due volte da Annibale – non aveva infatti a che fare con un nemico qualsiasi -, per due volte sfuggì alla sua custodia, sebbene fosse stato tenuto per venti mesi ogni giorno in catene e in ceppi. Sostenne quattro combattimenti con la sola mano sinistra, sebbene gli fossero stati trafitti in un sol giorno due cavalli ai quali si trovava in sella. Si fece fare una mano destra di ferro e, attacatala al braccio, liberò Cremona dall’assedio, difese Piacenza, conquistò dodici accampamenti nemici in Gallia; tutte queste imprese risultano dal discorso che tenne quando, durante la sua pretura, i colleghi volevano, per la sua menomazione, esentarlo dalla celebrazione dei sacrifici. Che mucchi di corone avrebbe accumulato costui, se avesse avuto a che fare con nemici diversi! Conta infatti moltissimo in quali circostanze storiche si sia esplicato il valore di ciascuno. Quanto valevano le corone ottenute sulla Trebbia, sul Ticino o sul Trasimeno? Quanto una corona meritata a Canne, dove la fuga era stato l’atto supremo di valore? Certo gli altri furono vincitori di uomini, mentre Sergio vinse anche la fortuna.

(traduz. di G. Ranucci)

Pl. NH VII 28, 104-107

Verum in his sunt quidem uirtutis opera magna, sed maiora fortunae. M. Sergio, ut equidem arbitror, nemo quemquam hominum iure praetulerit, licet pronepos Catilina gratiam nomini deroget. Secundo stipendio dextram manum perdidit; stipendiis duobus ter et uicies uulneratus est, ob id neutra manu, neutro pede satis utilis, uno tantum seruo, plurimis postea stipendiis debilis miles. Bis ab Hannibale captus – neque enim cum quolibet hoste res fuit -, bis uinculorum eius profugus, in uiginti mensibus nullo non die in catenis aut compedibus custoditus. Uno die sinistra manu sola quater pugnauit, duobus equis insidente eo suffossis. Dextram sibi ferream fecit eaque religata proeliatus Cremonam obsidione exemit, Placentiam tutatus est, duodena castra hostium in Gallia cepit, quae omnia ex oratione eius apparent habita cum in praetura sacris arceretur a collegis ut debilis, quos hic coronarum aceruos constructurus hoste mutato! Etenim plurimum refert, in quae cuiusque uirtus tempora inciderit. Quas Trebia Ticinusue aut Trasimennus ciuicas dedere? Quae Cannis corona merita, unde fugisse uirtutis summum opus fuit? Ceteri profecto uictores hominum fuere, Sergius uicit etiam fortunam.


Sulpicio Severo, Vita di Martino XVI 2

In Treviri una fanciulla era preda della crudele infermità della paralisi, così che già da molto tempo il suo corpo non era in grado di compiere nessuna funzione pertinente alle attività umane: pressoché morta in ogni sua parte, palpitava appena d’un tenue soffio vitale.

(traduz. di L. Canali)

Sulp. Sev. Vita Mart. XVI 2

Treveris puella quaedam dira paralysis aegritudine tenebatur, ita ut iam per multum tempus nullo ad humanos usus corporis officio fungeretur; omni ex parte praemortua vix tenui spiritu palpitabat.


Platone, Teeteto 160e-161a

Socrate

Bene, siamo finalmente riusciti a far nascere questo, qualunque cosa sia; e ora che è nato, dobbiamo in verità compiere il rito di girare con lui in cerchio – il cerchio della nostra argomentazione – e vedere se non si riveli, dopo tutto, non degno di essere allevato, ma solo…..[161a] un’impostura. Ma forse pensate che una vostra prole debba essere curata e non messa da parte; o sopporterete di vederla esaminata e non vi arrabbierete se vi viene tolta, anche se è il vostro primogenito?

Il passo si riferisce al rito dell’amphidromia, che aveva luogo pochi giorni dopo la nascita del bambino. La cerimonia è un rito di presentazione del bambino alla famiglia e alla comunità, una sorta di riconoscimento di paternità durante il quale il padre riconosce la legittimità della nascita ed esclude, di conseguenza, la possibilità di abbandono o esposizione del neonato.


Platone, Respublica V, 460b-461b:

E ai giovani che eccellono in guerra e in altre attività dobbiamo concedere onori e premi e, in particolare, la possibilità di avere rapporti più frequenti con le donne, il che sarà allo stesso tempo un pretesto plausibile per far sì che generino il maggior numero possibile di figli”. “Giusto”. “E i bambini così nati saranno presi in carico dai funzionari incaricati, uomini o donne o entrambi, dato che, immagino, anche le cariche ufficiali sono comuni a donne e uomini.  I figli dei buoni, suppongo, saranno affidati …., a certe donne che vivono a parte in un quartiere della città, ma i figli degli inferiori, e tutti quelli dell’altra specie che nascono difettosi, saranno opportunamente eliminati in segreto, in modo che nessuno sappia cosa ne è stato di loro”. “Questa è la condizione”, disse, “per preservare la purezza della razza dei guardiani”. “Essi sorveglieranno anche l’allattamento dei bambini, conducendo le madri al recinto quando i loro seni sono pieni, ma impiegando tutti gli accorgimenti per evitare che qualcuno riconosca il proprio bambino. E metteranno a disposizione altre persone che hanno latte, se le madri non ne hanno a sufficienza. Ma faranno in modo che le madri stesse non allattino troppo a lungo, e il disturbo delle notti di veglia e simili oneri saranno affidati alle nutrici”. “State rendendo la maternità un lavoro facile per le donne dei tutori”. “Dovrebbe esserlo”, dissi, “ma proseguiamo con il nostro progetto. Abbiamo detto che la prole dovrebbe provenire da genitori nel fiore degli anni”. 


Aristotele, Politica 7 1335b10:

E ai giovani che eccellono in guerra e in altre attività dobbiamo concedere onori e premi e, in particolare, la possibilità di avere rapporti più frequenti con le donne, il che sarà allo stesso tempo un pretesto plausibile per far sì che generino il maggior numero possibile di figli”. “Giusto”. “E i bambini così nati saranno presi in carico dai funzionari incaricati, uomini o donne o entrambi, dato che, immagino, anche le cariche ufficiali sono comuni a donne e uomini.  I figli dei buoni, suppongo, saranno affidati …., a certe donne che vivono a parte in un quartiere della città, ma i figli degli inferiori, e tutti quelli dell’altra specie che nascono difettosi, saranno opportunamente eliminati in segreto, in modo che nessuno sappia cosa ne è stato di loro”. “Questa è la condizione”, disse, “per preservare la purezza della razza dei guardiani”. “Essi sorveglieranno anche l’allattamento dei bambini, conducendo le madri al recinto quando i loro seni sono pieni, ma impiegando tutti gli accorgimenti per evitare che qualcuno riconosca il proprio bambino. E metteranno a disposizione altre persone che hanno latte, se le madri non ne hanno a sufficienza. Ma faranno in modo che le madri stesse non allattino troppo a lungo, e il disturbo delle notti di veglia e simili oneri saranno affidati alle nutrici”. “State rendendo la maternità un lavoro facile per le donne dei tutori”. “Dovrebbe esserlo”, dissi, “ma proseguiamo con il nostro progetto. Abbiamo detto che la prole dovrebbe provenire da genitori nel fiore degli anni”. 


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